I media, le parole e le spirali del silenzio

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Pochi sanno che parola "olé", spesso ripetuta negli stadi spagnoli e latinoamericani per esaltare una squadra o un giocatore, proviene dall'arabo.

Olé proviene niente meno che da "Allah", più precisamente da Wa-(a)llah ("per Dio"). Sta a significare l'esaltazione di una performance sportiva o artistica. Gli arabi la utilizzavano perché in certi momenti scorgevano o gli pareva di scorgere Dio dinanzi alla bellezza delle cose e delle azioni "sovrumane". Passando per lo stretto di Gibilterra questa espressione è finita in Spagna, sia nel flamenco sia nella tauromachia. Olé è anche l'urlo che fa la platea quando un torero schiva il toro. E infine dalla corrida è arrivata al calcio.

«Elevate le parole, non il tono della voce.
E’ la pioggia che fa crescere i fiori, non il tuono
~ Jalal al-Din Rumi

Rumi è considerato il massimo poeta mistico della letteratura Persiana, uno che si è sicuramente speso per elevare le parole e che, con ogni probabilità, quando diceva Jihad intendeva, innanzitutto “grande Jihad”: lo sforzo interiore per liberare l’io da pulsioni che lo dominano conducendolo lontano da uno sviluppo armonioso e da una condotta giusta.» - Sulla comunicazione: contro il letteralismo

Non ci avevo mai fatto caso, ma al di là di tutto la parola Jihad è bellissima. E per "al di là di tutto" intendo a parte ciò che succede nell'ultimo periodo e soprattutto di come ce la raccontano i media. Perché purtroppo uno dei pochi - non dico l'unico, ma quasi - punti di riferimento che noi in quanto massa abbiamo per accedere ai fatti del mondo sono i media, mainstream e non.

La Spirale del silenzio


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«Quando il setting dell'agenda dei media spinge certi temi all'attenzione pubblica e ne trascura altri magari più veri e urgenti, questi ultimi cadranno nella spirale del silenzio accompagnati dalla frustrazione di coloro che vorrebbero che se ne parlasse»

Sono passati più di 30 anni da quando Noelle-Neumann ha concepito, coi suoi pregi e i suoi difetti, la teoria della Spirale del Silenzio, eppure sembra che media italiani continuino ad applicarla nonostante il contesto sia radicalmente cambiato, soprattutto per la comparsa dei social media. E va detto che neppure questi ultimi sono esenti. L'anno scorso una la Pew Reasearch Center ha scoperto che gli utenti dei social media sono propensi a tacere se pensano che la maggioranza dei propri contatti non la vedano come loro; il fenomeno si verifica più su Facebook che su Twitter. Il dato più allarmante però è che dai risultati emerge una tendenza a tacere nel quotidiano "reale" se si è molto attivi in una nicchia "virtuale".

Certo è che con il proliferare dei social media la funzione conformista e pedagogica che alcuni giornali vogliono conservare1 viene messa a dura prova. La cosa tragica è che fa ancora presa su quei lettori che non frequentano internet ogni giorno. Troppe persone se pensiamo all'Italia dove soltanto il 58% dei cittadini accede ad internet quotidianamente. Quindi 4 cittadini su 10 probabilmente non hanno saputo del corteo di Roma contro Salvini di sabato scorso.

Ora, i tentativi di ricondurre a spirali del silenzio fatti che racchiudono ogni criterio di notiziabilità sono pane quotidiano: ricordiamo la condanna da parte del Papa  verso il parroco Don Inzoli, colpevole secondo il Vaticano di abusi sui minori. Avete per caso visto su Repubblica o Il Corriere parlare della condanna dei due Papi verso uno dei pezzi più grossi di CL nonché fondatore e presidente del Banco Alimentare? No. Ve lo dico con certezza perché per mesi i due giornali non ne hanno parlato.

Ma a metà gennaio Inzoli  ha la geniale idea di comparire pubblicamente in occasione di un convegno per la famiglia (ironico eh). A quel punto, a distanza di mesi, Repubblica rompe il silenzio con un articolo di Matteo Pucciarelli. Un mese dopo l'autore dell'articolo viene querelato. Motivo? Arriva la parte più ironica: secondo i legali di Inzoli, la presenza del prete condannato al convegno non era una notizia.

Questo esempio non è citato a caso, le querele per diffamazione servono e vengono usate per ricondurre i media ad una spirale del silenzio, l'intento è quello di far tacere i giornalisti per evitare che la faccenda abbia eco nell'opinione pubblica. A questo si aggiunge l'atteggiamento blando dei giornali che si erano auto-censurati sul nascere. Ma se la presenza di Inzoli ad un convegno per la famiglia non soddisfa i criteri di notiziabilità, allora che cos'è una notizia?

In realtà la presenza di Inzoli, così come le 30 mila persone a Roma contro Salvini sono una notizia, il problema è che non soddisfano i criteri narrativi di certi media. Certi fatti non fanno parte del suo punto di vista e del "prodotto informativo" che hanno cercato e cercano di vendere all'opinione pubblica. Come sostiene Samir Hassan sul manifesto: no scontri, no notizia.



Ci resta una domanda, perché lo fanno? Perché ignorare una manifestazione di 30 mila persone?

Atteggiamento intenzionale o riflesso condizionato?


Sul post scorso ho ricevuto dei commenti molto interessanti e un quesito che riguarda il comportamento dei media, specie quando non chiamano le cose col loro nome, cito il commento di Michele:

[...] Se posso aggiungere un elemento al commento di gino, ho l'impressione che in effetti anche l'utilizzo di "neonazista" (e mai o quasi mai di "neofascista") riferito a situazioni estere sia in linea con l'atteggiamento "chiagne e fotte" che impedisce di menzionare i fascisti. Dopotutto i nazisti e il nazismo sono percepiti come "gli altri". Meglio ancora, come i carnefici di noi italiani vittime. Il fascismo invece è roba nostra.Mi sembra che più che il fatto che non ce ne freghi più di tanto, anche il fatto di definire "nazisti" i fascisti di Alba Dorata sia funzionale alla narrazione "italiani brava gente" (e, sottinteso, "tutti gli altri carogne"). Mi inizio a chiedere anche se questo atteggiamento dei media sia pienamente intenzionale o se non rifletta invece in larga misura un riflesso condizionato.

Dunque, a parte il fatto che dipende dai casi e andrebbero analizzati sempre singolarmente, c'entrano entrambi i fattori nominati. Molte volte sono in malafede, e quindi l'atteggiamento è intenzionale, altre volte è un riflesso condizionato (che denota un certo provincialismo, in Italia ancora del tutto presente).

Bisogna tenere a mente che l'azione dei media riflette pienamente la società e soprattutto la politica e il mercato (i suoi rapporti di potere). In altre parole, dare la colpa ai giornali è fuorviante, perché i media sono funzionali in quanto speculari. È la politica in primis e la società a condizionarli. Ritorno sul caso del ministro Kyenge e il PD che difende Calderoli. In un mondo ideale potrei pretendere che i media facciano da cane da guardia, ma nel mondo in cui viviamo - in Italia, ma non solo - le sfere sono così in simbiosi che diventa quasi da illusi pretendere un rapporto responsabile dei giornali verso i politici e viceversa.

Si capisce anche perché il factchecking fatichi a prendere piede. In sostanza i media rispondono più ai politici e al potere che li tiene in piede che ai suoi stessi cittadini/lettori. Questo esula pure dalla crisi dell'editoria, o meglio non c'entra soltanto con la crisi che giornali e mezzi di informazione stanno vivendo (che ovviamente peggiora le cose).

A dimostrazione del fatto che la faccenda non è solo italiana, basta vedere ciò che sta succedendo al Telegraph. Di recente il suo direttore è stato costretto a dimettersi perché il giornale ha auto-censurato una inchiesta alla banca HSBC (motivo: la banca era uno dei principali finanziatori), si tratta di uno scandalo enorme che sta coinvolgendo tutta la HSBC. Come se ciò non bastasse un dipendente della banca fa quel che avrebbe dovuto fare un giornalista e divulga una lista di clienti che la banca stessa aiutava ad evadere, chi processano? Il dipendente. Non gli evasori. Allora la domanda sorge spontanea: a cosa cazzo serve il Telegraph? Chi glielo manda a fare al giornalista di finire sotto processo? Ennesimo caso che dimostra quanto i rapporti di potere influenzino l'informazione al punto tale da rendere obsoleto l'aggettivo "libera". Informazione libera sì, finché non tocca certi giardini.

A tutto questo si inserisce il fattore consensuale che guida le scarse vendite: se una presa di posizione non è popolare non vende, questo funziona per i politici,  figuriamoci per i giornali, che ormai devono campare di click a gallery piene di gattini sulla propria colonna destra.

Individuare gli interessi: la faccia nascosta dei media


Soluzioni? Diventare "puri e duri" evitando giornali come la peste non è una soluzione perché questi non spariranno e continueranno ad influenzare innumerevoli lettori. È più utile tenere a mente questi rapporti di potere e capire quali interessi difendono. Molte volte un giornale è imparziale su certi argomenti e di parte su altri, l'imparzialità e l'oggettività a prescindere non si trova.

Dunque, per rispondere al commento di Michele, non è solo malafede, è un riflesso condizionato dagli interessi che ci sono in gioco. Niente di nuovo per chi lavora nei media o ne fa parte, ma per un lettore medio è molto difficile individuare gli interessi che ci sono dietro alle diverse narrazioni, la macchina dei media intesa come una macchina produttiva cerca di nasconderli al meglio. Ed è banalmente questa la faccia che i media terrebbero possibilmente nascosta, quella che il cittadino non dovrebbe vedere.

Perché, per dirla alla Debord, lo spettatore deve avere un ruolo passivo. Non si è solo spettatori, ma anche un consumatori di informazione, e l'unico modo in cui tu puoi essere consumatore è in modo passivo. Nel momento in cui viene svelato l'interesse che c'è dietro lo spettatore può cercare un'alternativa, e smettere di consumare ciecamente.

Il termine «Terrorismo»


Ultimamente si associa Jihad ai terroristi e terrorismo all'Isis o a realtà di medio oriente. Tuttavia il concetto di "guerra al terrore" è stato sdoganato soltanto da Bush Jr. all'indomani del 11 settembre 2001, svariati studi dimostrano2 che sino a prima il termine "terrorismo" era collegato ad una azione sistematica compiuta dallo Stato per mantenere il controllo nella cittadinanza. Quindi associato alle dittature, e quindi collegato ad uno spazio territoriale ben definito.

Non è più così. Ora, senza limiti politici o territoriali, di volta in volta un gruppo politico può essere definito "freedom fighters" o "terroristi", sinonimi, a seconda degli interessi che ci sono in gioco. Succede ad esempio per la popolazione palestinese, ovviamente a seconda del giornale che leggete.3

Ma senza andare lontani in Italia esiste un movimento a cui i media dedicano un trattamento speciale, i NoTav. Il trattamento speciale deriva dal fatto che i media sono in sintonia con la politica e la magistratura, in sostanza dall'intero sistema, che li ha addirittura bollati come «terroristi» per aver avviato una azione di sabotaggio di macchinari. 

Altrove queste persone sarebbero state definite "freedom fighters", per La Stampa di Torino i manifestanti di Gezi Park in Turchia erano «rivoluzionari» perché lottavano e resistevano ai gas lacrimogeni per salvare il loro parco. Visione diametralmente opposta a quella riservata ai NoTav da parte dello stesso giornale. Il fatto che La Stampa sia un giornale italiano con sede a Torino non è un caso.

Il termine «terrorismo» o «terroristi» è da anni la panacea della manipolazione mediatica, se mai ci fosse un termine abusato e manipolato questo è in cima alla lista.

Concludo citando Enrico De Angelis che ne parlava chiaramente già 2007, sul libro "Guerra e Mass Media" (scusate la qualità, il passaggio inizia con "definire una azione come [...]") :



1 e 3. ne ho parlato qui: Gaza, Riotta e Costa: il giornalismo italiano, spiegato bene (tipo)
2. Paul Bayley, Terror in Political Discourse from cold war to the Unipolar World.


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